giovedì 31 gennaio 2013

La luce in fondo al tunnel


La luce in fondo al tunnel?

eneko_tuneldi Francesco Saraceno (*)
Ultimamente si osserva in giro un certo ottimismo sulla situazione dell’economia mondiale e della zona euro. Cautamente, responsabili politici e commentatori iniziano ad interrogarsi sulla futura ripresa dell’economia (e sulla sua fragilità). Martin Wolf sul Financial Times si chiede quando e come si potrà tornare ad una situazione di normalità nella conduzione della politica economica. Wolf è preoccupato che i decisori economici si facciano prendere dalla tentazione di considerare la crisi in via di risoluzione. La preoccupazione sembra giustificata: è un errore che facemmo  già all’inizio del 2010, quando soprattutto in Europa le politiche espansive furono abbandonate in favore di politiche di austerità che hanno soffocato una ripresa all’epoca molto fragile.
La scelta dei tempi nella definizione della politica economica è tema importante e troppo spesso trascurato. Come regola generale, si può affermare che lo stato dovrebbe ridurre la propria presenza nell’economia quando il settore privato è pronto a prendere il testimone. In altre parole, le politiche fiscali espansive e la politica monetaria accomodante dovrebbero cessare solo quando si sia ragionevolmente certi che il settore privato ha ripreso a spendere (o è pronto a farlo) e quando il credito, benzina della spesa privata, fluisce verso consumatori e imprese senza problemi.
Ci si deve allora chiedere se il comportamento di imprese e consumatori sia coerente con l’atmosfera di sia pure cauto ottimismo che si respira in questi giorni. La risposta, temo, non è molto positiva. La Bce ha pubblicato i risultati della sua inchiesta trimestrale sul credito bancario, e le cose non sembrano purtroppo migliorare.  Eccone alcuni stralci:
L’inasprimento netto dei criteri per i prestiti alle imprese da parte delle banche della zona euro è sostanzialmente stabile nel quarto trimestre del 2012 (…). L’inasprimento netto nel quarto trimestre del 2012 è aumentato per i prestiti alle famiglie per l’acquisto di abitazioni (…) e per il credito al consumo (…). L’incidenza dei costi per le banche di fondi e vincoli di bilancio sull’inasprimento netto dei criteri è rimasto sostanzialmente invariato, sia nel caso dei prestiti alle imprese che dei prestiti alle famiglie. Allo stesso tempo, la percezione del rischio ha contribuito alla crescita del irrigidimento netto dei criteri di concessione dei prestiti alle famiglie nel quarto trimestre del 2012, mentre nel caso di prestiti alle imprese l’impatto delle prospettive economiche generali e dei rischi di settori specifici è rimasto ad un livello elevato. (…) Guardando avanti al primo trimestre del 2013, le banche dell’area dell’euro si aspettano un grado simile di inasprimento netto degli standard di credito per i prestiti alle imprese, mentre si aspettano un calo dei prestiti alle famiglie.
In una frase, il credito è rimasto limitato, sia per le famiglie che per le imprese, e le banche sondate non prevedono cambiamenti significativi nei primi mesi del 2013. Per quanto riguarda la domanda di credito:
Passando agli andamenti della domanda di prestiti, le banche dell’area dell’euro hanno continuato a segnalare una pronunciata riduzione netta della domanda di prestiti alle imprese nel quarto trimestre del 2012 (-26% rispetto al -28% nel terzo trimestre del 2012). Come nel trimestre precedente, secondo le banche dichiaranti, la riduzione netta nel quarto trimestre del 2012 è stata guidata principalmente da un notevole impatto negativo degli investimenti fissi sulle esigenze di finanziamento delle imprese (-31% rispetto al -33% nel terzo trimestre del 2012) (…) Guardando avanti al primo trimestre del 2013, le banche si aspettano una riduzione netta della domanda di prestiti alle imprese meno pronunciata (-11%), mentre si aspettano una riduzione netta della domanda di prestiti per l’acquisto di abitazioni più pronunciata (-25%).
Anche dal lato della domanda di credito, dunque, le cose non vanno molto bene. La crisi continua a frenare i progetti di spesa del settore privato (in particolare gli investimenti).
Concluderei con due osservazioni:
1. l’indagine evidenzia che le banche attribuiscono il  credit crunch, tra le altre cose,  alla necessità di adattarsi alla nuova regolamentazione che si sta disegnando, che impone comportamenti più prudenti. È chiaro che in questo caso si potrebbe avere la tentazione di invocare un ritorno a regole meno restrittive. Nulla sarebbe più sbagliato. La risposta appropriata  è quella di accompagnare la transizione al nuovo regime regolamentare  compensando l’inasprimento del credito bancario privato con condizioni monetarie accomodanti.
2. Nelle condizioni attuali domanda privata e domanda pubblica non sembrano essere sostituibili, ma complementari. L’austerità sta provocando il deterioramento delle condizioni economiche, cosicché la diminuzione della spesa pubblica si accompagna, in un circolo vizioso, con una riduzione della fiducia e quindi della spesa privata. Specularmente, delle politiche keynesiane di sostegno della domanda potrebbero oggi rivelarsi una strategia vincente perché contribuirebbero a ripristinare la fiducia e quindi ad incentivare una ripresa della domanda del settore privato.
La luce alla fine del tunnel è ancora molto fioca. E alla luce dell’esperienza recente vi sono innumerevoli cose che potrebbero allontanarla ulteriormente. È rassicurante che finora l’ottimismo sia rimasto cauto e che la fragilità della ripresa sia evidenziata nel dibattito. L’ideale sarebbe che questa consapevolezza evolvesse verso una messa in discussione delle politiche di austerità in Europa. Sfortunatamente non viviamo nel mondo delle fiabe.
(*) Senior Economist, OFCE, Parigi http://fsaraceno.wordpress.com/

giovedì 24 gennaio 2013

Monte dei Paschi è solo la punta di un iceberg


Monte dei Paschi è solo la punta di un iceberg
Posted by keynesblog on 24 gennaio 2013 in Economia, Italia

Intervista ad Emiliano Brancaccio: l’interpretazione liberista della crisi del Montepaschi è fuorviante e manichea. il problema non è l’ingerenza della politica, ma l’adesione alla logica speculativa del mercato. Anziché tamponare con prestiti, lo stato dovrebbe avviare un percorso verso la nazionalizzazione.

Intervista di Checchino Antonini da Liberazione.it


«Trovo maldestro, al limite del comico, il tentativo di certi media di valutare il caso del Montepaschi come un effetto di ingerenze politiche nella gestione bancaria. Sergio Rizzo, sul Corsera, ha addirittura candidamente affermato che il problema chiave sarebbe la dipendenza della banca senese dal potere politico. A suo avviso, quindi, per risolvere i problemi di MPS è sufficiente che la politica faccia un passo indietro e lasci la banca alle logiche del mercato. Ma qualsiasi osservatore che non abbia il prosciutto dell’ideologia liberista sugli occhi sa bene che questa è una interpretazione fuorviante e manichea dei fatti. La verità è un’altra: la crisi di MPS è soltanto il segno precoce e più evidente di una crisi bancaria di carattere sistemico, che ha le sue radici nell’onda speculativa che ci ha portato al tracollo dell’ottobre 2008 e dei cui danni si stanno facendo carico sempre di più i bilanci pubblici e i contribuenti».

L’economista Emiliano Brancaccio non conosce le banche semplicemente alla luce dei suoi studi sul “capitale finanziario” di Rudolf Hilferding, ma parla per conoscenza diretta dei fatti. Nel 2006 era stato chiamato in Banca Toscana per contribuire al risanamento del piccolo istituto di credito territoriale, di proprietà del Monte dei Paschi di Siena. Due anni dopo, nonostante i progressi di gestione, Banca Toscana venne improvvisamente chiusa e incorporata nel Monte. Non fu un caso isolato: l’intero gruppo MPS venne sottoposto a una profonda ristrutturazione. Giuseppe Mussari, allora presidente, la giustificò con la necessità, per la banca senese, di dirottare tutte le risorse interne sul finanziamento della costosa acquisizione di Antonveneta. Una decisione che molti definiscono poco azzeccata, col senno di poi…

«In realtà anche col senno di prima, ma non da parte di tutti. Oggi è di moda puntare il dito su quella operazione, ma è il caso di ricordare che all’epoca dei fatti gran parte dei media nazionali elogiarono l’acquisto di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi. Personalmente, con altri, criticai la scelta dei vertici del Monte di concentrare tutti gli sforzi sull’acquisto di Antonveneta. I nostri rilievi critici, tuttavia, erano decisamente minoritari. E soprattutto erano ben diversi da quelli sui quali oggi svariati commentatori sembrano concentrarsi. Il problema che ponevamo era che l’operazione stava avvenendo a un prezzo che probabilmente si situava sul picco massimo di una enorme bolla speculativa. Una bolla, a nostro avviso, destinata a esplodere. Il Sole 24 Ore, che forse giudicò l’operazione con più equilibrio di altri, riconobbe il problema. Ma anch’esso poi affermò che dopotutto “le turbolenze dei mercati passano, gli sportelli invece restano”. Il guaio è che non si trattava di una mera “turbolenza”. In realtà eravamo alla vigilia della più violenta crisi finanziaria ed economica dal dopoguerra, che di lì a poco avrebbe determinato un crollo verticale dei valori delle banche. La vera responsabilità di Mussari, dunque, è di non aver capito che stava cercando di inserirsi nel grande boom dei valori finanziari quando l’orgia speculativa era già finita. Tutti gli errori successivi non sono altro che una logica conseguenza di quella illusione originaria».

Anche la mancata informazione relativa alle operazioni sui derivati, sulla quale oggi la stampa si concentra, sarebbe da ascrivere a quel vizio speculativo originario?

Ovviamente sì. Se la mancata informazione agli organi interni ed esterni di vigilanza sarà confermata, ci troveremo di fronte a una violazione della legge e degli statuti. Ma è da ingenui considerare questa vicenda in un’ottica semplicemente deontologica o giudiziaria. In questo modo si finisce per interpretare il caso come se fosse un banale problema di “mele marce” in un sistema altrimenti sano. In realtà il caso Montepaschi è solo la punta di un iceberg di problemi che attanaglia larga parte del settore bancario, e che sta lentamente affiorando. Alla fine del 2007 il Monte assumeva di fatto una improvvida posizione da “rialzista” quando il mercato già volgeva al ribasso. Per questo motivo la banca senese è stata tra le prime a registrare pesanti perdite di bilancio, che ha cercato poi di tamponare con operazioni finanziarie sempre più discutibili e gravose, che oggi salgono alla ribalta delle cronache. Ma questa dinamica perversa non è affatto circoscritta al perimetro delle mura di Siena. In misura più o meno accentuata essa investe l’intero assetto del potere bancario. Il tentativo di rimediare al crollo dei valori di bilancio con operazioni di copertura finanziaria che a lungo andare si rivelano gravose e al limite controproducenti, è una prassi diffusa all’interno di un sistema in grave debito d’ossigeno, che ancora per lungo tempo sconterà i fasti delle onde speculative degli anni passati.

Si dice però che le banche italiane siano più solide di quelle estere, perché hanno partecipato in misura solo marginale al baccanale finanziario.

E’ una semplificazione. E’ vero che nei bilanci delle banche italiane ci sono meno titoli cosiddetti “spazzatura”. Ma è anche vero che il nostro sistema bancario, come tutti quelli situati nelle aree periferiche della zona euro, patisce in misura particolarmente accentuata la caduta dei redditi dei debitori e l’aumento conseguente delle sofferenze bancarie e dei fallimenti. Queste difficoltà sul versante dei rimborsi rendono le nostre banche ancora più sensibili al crollo dei valori azionari iniziato nel 2008. Per queste ragioni l’epicentro della prossima crisi bancaria potrebbe situarsi nelle periferie della zona euro, piuttosto che al centro della stessa.

C’è chi afferma che per dare respiro alle banche in difficoltà bisognerebbe rapidamente completare la costruzione della Unione bancaria europea e della connessa Assicurazione europea dei depositi.

Ho qualche dubbio su questa linea, mi sembra che rifletta un europeismo un po’ ingenuo. Se l’assicurazione europea dei depositi sarà istituita in cambio dell’attribuzione all’autorità europea di vigilanza del potere di avviare e gestire un processo di ristrutturazione bancaria su scala continentale, le banche dei paesi periferici potrebbero diventare oggetto di acquisizioni estere a buon mercato. Se così andasse, non sarebbe un esito positivo.

In che modo allora bisognerebbe intervenire? Non solo i giornalisti, ma anche svariati economisti di orientamento liberista, parlano della necessità di sganciare le banche dalle fondazioni, in modo da sottrarle all’influenza della politica e sottoporle in termini più trasparenti al giudizio del mercato.

La causa principale della crisi in cui oggi versa il Monte e che domani colpirà altre banche verte sulle dinamiche speculative del mercato finanziario, che hanno comportato un enorme rialzo dei valori dei capitali fino al 2007 e un successivo tracollo dopo quella data. Queste violente oscillazioni sono connaturate al regime globale di accumulazione finanziaria che abbiamo ereditato dagli anni del cosiddetto “pensiero unico” e che, sebbene in grave affanno, resta tuttora egemone. Sarà scomodo e demodé doverlo ammettere, ma la cosiddetta “influenza” della politica sulle fondazioni non c’entra un bel niente. Piuttosto, bisognerebbe prendere atto che la situazione di bilancio del Monte dei Paschi non potrà essere sanata con dei prestiti al nove percento erogati dal governo. Né si può pensare che questi prestiti favoriranno l’erogazione di credito a favore delle imprese e delle famiglie. L’unica soluzione razionale, a questo punto, dovrebbe esser quella di avviare immediatamente un percorso verso la nazionalizzazione dell’istituto. Le ricerche più recenti evidenziano che le banche di proprietà pubblica possono erogare credito a condizioni più favorevoli e soprattutto in un’ottica di più lungo periodo, servendo così meglio il territorio in cui operano, e senza lasciarsi condizionare da tentazioni di tipo più o meno smaccatamente speculativo.

la saggezza dei bancari ed il caso MPS

Parlando con una amica che lavora in Banca, portavo avanti la mia tesi secondo cui uno dei mali maggiori che affliggono i nostri sistemi economici, e' la fusione che e' stata ripristinata tra banche commerciali ed istituti finanziari.
Lei mi diceva che, no, la finanza ha salvato le banche italiane ed il nostro sistema...

Vorrei che ci riflettesse di nuovo adesso.

Adesso che la 3a banca italiana e la piu' antica esistente al mondo e' messa in ginocchio dai derivati.
E con lei e' messa in ginocchio l'Italia ed i suoi cittadini.
Cittadini che hanno rifinanziato questi istituti con bond statali, Tremonti-Bond, 4miliardi solo al MPS dal Governo Monti...
Cittadini che hanno visto il nostro debito a rischio proprio perche' aumentava, cercando di porre un freno a questi problemi, e sul quale le stesse banche hanno speculato grazie ai favori di Draghi e della BCE.

E adesso? ... E adesso e' un "bel casino"...Il 2013 rischia di farci rimpiangere l'anno passato.



mercoledì 23 gennaio 2013

disinformazione criminale e prove empiriche



Monti, Alesina, Giavazzi e le cure che uccidono

(fonte: keynesblog)

Francesco Giavazzi e Alberto Alesina ieri sul Corriere della Sera:

Senza austerità, in Italia come in altri Paesi europei, non vi sarebbe stata più crescita ma spread alle stelle, una probabile ristrutturazione del debito, scricchiolii nei bilanci delle banche: insomma, il rischio di un altro 2008.

In Grecia, con l’austerità, la ristrutturazione del debito (leggasi: default controllato) c’è stata ugualmente. Quanto agli “scricchiolii dei bilanci delle banche”, basti ricordare la disastrosa situazione delle banche in Spagna (altro paese che ha subito una cura da cavallo). L’Irlanda e il Portogallo – due campioni del rigore – sono sotto il piano d’aiuti della trojka. Se l’Italia se l’è cavata meglio è semplicemente perché era, ed è, di gran lunga meno indebitata con l’estero.


Quando allo spread, Alesina e Giavazzi probabilmente non ricordano che a gennaio 2012 il differenziale BTp-Bund è tornato sopra i 500 punti base e solo l’intervento della BCE con le operazioni di prestito alle banche (LTRO) calmò la situazione. Poi lo spread tornò a risalire e infine si è ridotto gradualmente dopo il famoso annuncio di Draghi sull’operazione di acquisto diretto di titoli di stato (OMT), nel luglio 2012, al fine esplicito di salvare l’euro. Due paradossi: 1) l’effetto della “cura Monti” è stato il peggioramento dei conti pubblici; 2) dopo le dimissioni del premier lo spread è calato da 320 a 260.

Proseguono Alesina e Giavazzi:

L’evidenza empirica – ammesso che tale metodo interessi ancora a qualcuno in questo dibattito – dimostra che tagli di spesa, accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro comportano costi di gran lunga inferiori (in alcuni casi addirittura nessun costo) rispetto ad aumenti di imposte. Se il governo Monti avesse perseguito l’austerità in questo modo, cioè tagliando la spesa, la recessione sarebbe stata molto meno grave.

L’evidenza empirica dice ben altro. La famosa “austerità espansiva” a cui Alesina e Giavazzi ancora credono è stata puntualmente contestata dal Fondo Monetario Internazionale e la sua (presunta) esistenza è, secondo il Roosevelt Institute, semplicemente frutto della scelta di alcuni casi e periodi ben determinati. Allargando i periodi considerati, infatti, si scopre che i tagli dei deficit sono occorsi dopo larghi disavanzi precedenti, quando l’economia si era ormai ripresa. Insomma quello che in inglese si chiama “cherry picking” (scegliere le ciliegie), vale a dire selezionare preventivamente i dati che fanno comodo per sostenere la propria tesi e trascurare gli altri.

Non solo: le evidenze empiriche mostrano anche che una variazione nell’imposizione fiscale ha un moltiplicatore minore che una variazione nella spesa pubblica: vale a dire tagliare le tasse non basta a far riprendere l’economia perché buona parte del reddito disponibile aggiuntivo verrà risparmiata, in particolare per ripagare i debiti (tanto più dopo lo scoppio di una bolla e la conseguente svalutazione degli asset come gli immobili), invece che essere spesa. E’ quindi necessario che sia lo Stato a spendere, in assenza di fiducia degli investitori e delle famiglie.

Riguardo i tagli alla spesa basta guardare all’esperienza britannica: in termini reali il governo Cameron ha tagliato l’1,58% della spesa pubblica rispetto al periodo 2010-2011, con il risultato di aver mandato il Regno Unito di nuovo in recessione. Quest’anno l’unico trimestre con il segno positivo è stato, guarda caso, quello delle Olimpiadi.

C’è da domandarsi quanto ancora Alesina e Giavazzi insisteranno su questa linea, anche di fronte a fatti (e disastri) così evidenti. La risposta, temiamo, è scontata: continueranno a farlo senza limite.

martedì 22 gennaio 2013

il Giappone e le politiche del rigore


Il Giappone keynesiano di Shinzo Abe


Mentre l’Europa continua a insistere su rigore fiscale e pareggi di bilancio senza crescita, il Giappone – senza preoccuparsi troppo del debito pubblico alle stelle – promuove una aggressiva strategia di incremento della spesa pubblica e politiche monetarie espansive per rilanciare la propria economia. È ora che anche nel Vecchio Continente le Merkenomics siano messe da parte.

di Alberto Quadrio Curzio da Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2013


Abenomics: così è stata battezzata la strategia del nuovo primo ministro giapponese, Shinzo Abe, che punta ad una politica economica della crescita con l’innovazione e gli investimenti, la domanda interna e le esportazioni.
La Abenomics, che si compone di due politiche connesse (quella di economia reale; quella di economia monetaria), ha già generato un ampio dibattito sia per le probabilità di successo sia per i rischi che ne possono derivare al Giappone ma anche ai rapporti valutari ed economici internazionali. Compresi quelli con l’eurozona che ci interessano maggiormente anche se l’analisi dovrebbe riguardare Uem [Unione economica e monetaria europea, ndr], Usa, Giappone e Cina. Cioè le quattro maggiori economie del mondo.

Il programma giapponese si basa su una forte espansione di spesa pubblica con un primo intervento di circa 10 trilioni di yen ovvero di circa 85 miliardi di euro ad opera del governo centrale che dovrebbe essere affiancato da un altro analogo dei governi locali e dei capitali privati. Si arriverebbe a un intervento pari a 170 miliardi di euro finalizzati a incentivi per investimenti in tecnologie avanzate, specie in energia e ambiente, in ricerca e sviluppo, in sostegni vari alle imprese, nella ricostruzione infrastrutturale e abitativa post tsunami, nella sicurezza anti-sismica, nel sostegno ai redditi dei meno abbienti, in spese varie nelle aree più deboli del Paese. Il Governo ritiene che il programma dovrebbe portare già nell’anno fiscale 2013 (che inizia ad aprile) ad una crescita del Pil del 2% con conseguente aumento di 600 mila posti di lavoro.

Questa politica aggressiva di spesa pubblica va valutata in relazione a due aspetti dell’economia giapponese. Il primo è la deflazione di cui il Giappone soffre da 15 anni e dalla quale vuole uscire. La situazione non è tuttavia peggiorata, comparativamente all’Eurozona, nel corso della crisi iniziata nel 2008. Anzi. Infatti nel 2012 il Pil cresce intorno al 2,2% (la Uem cala dello 0,4), la disoccupazione è al 4,5% (la Uem è sopra l’11%), la bilancia dei pagamenti di parte corrente (e cioè il saldo tra esportazioni ed importazioni del Giappone per beni, servizi e redditi) è all’1,6% del Pil (nella Uem è all’1,1%). Il secondo aspetto riguarda le finanze pubbliche dalle quali verrà lo stimolo alla crescita. Nel 2012 il debito pubblico lordo sul Pil è pari al 236% e il deficit sul pil pari al 10% e qui la Uem è ben più solida. In queste condizioni avviare una politica di spesa pubblica appare un azzardo che il Governo nipponico affronta però con due ammortizzatori. Uno riguarda il finanziamento del debito pubblico che per la quasi totalità è detenuto all’interno del Giappone e sul quale si pagano tassi di interesse sui decennali allo 0,82% e quindi minori di quelli tedeschi e americani.
L’altro riguarda l’enorme entità di crediti sull’estero accumulati con i surplus commerciali.

Nella sfida giapponese vi è anche un profilo di geo-economia dove il Giappone sta arretrando rispetto alla Cina. La quota del suo Pil su quello mondiale (in termini di parità di potere d’acquisto) nel 2000 era al 7,6% e quella della Cina al 7,1%,nel 2012 è al 5,5% e quella della Cina al 14,9%, nel 2017 è prevista al 4,8% e quella della Cina al 18,2%. Anche in termini di dollari correnti la Cina ha già superato il Giappone.
Per spingere sulla crescita la Abenomics punta anche ad una forte espansione monetaria della Banca Centrale Giapponese per contribuire al sostegno dell’occupazione e della crescita alzando subito il limite di inflazione accettabile dall’attuale 1% (mentre quella effettiva è allo zero) al 2% ed in prospettiva al 3%. A ciò viene aggiunto l’obiettivo di deprezzare lo Yen per rilanciare le esportazioni che hanno subito un forte rallentamento nel 2012 anche a causa della recessione in Usa e Ue.

Sin qui la Abenomics che ha già avuto alcuni effetti come quello di indebolire lo yen e di rilanciare le quotazioni delle azioni nipponiche.
È chiaro che la Abenomics ha molti rischi sia interni che esterni al Giappone e che sarebbe molto meglio un concerto tra Uem, Usa, Giappone e Cina per evitare bolle e guerre valutarie.
In attesa del “concerto” la Uem dovrebbe però convincersi che la Merkenomics del rigore fiscale e dei pareggi di bilancio senza crescita peggiorerà con la Abenomics. Infatti l’euro da fine luglio (quando Draghi lo salvò) ad oggi ha guadagnato circa il 25% sullo Yen (e il 10% sul dollaro). Ne seguirà un calo delle esportazioni della Uem che rallenterà la nostra ripresa o prolungherà la recessione. Dalla quale non si uscirà sperando in un aumento della domanda aggregata solo in virtù delle liberalizzazioni e della politica monetaria della Bce che non arriva alle imprese.

Bisogna allora finanziare i programmi di investimenti infrastrutturali e in ricerca e sviluppo (di Europa 2020 e di Horizon 2020). A tal fine potremmo avere un sostegno dalla Abenomics che con le riserve valutarie punta anche all’acquisto di obbligazioni del Fondo Europeo Esm che andrebbe subito trasformato in Fondo Finanziario Europeo per mettere in sicurezza una parte dei debiti pubblici nazionali e per finanziare i nostri investimenti. È la nota ricetta degli EuroUnionBond che, senza correre i rischi eccessivi della Abenomics, ci consentirebbero di passare dalla Merkenomics recessiva alla Euronomics espansiva.

From: Keynesblog


lunedì 21 gennaio 2013

Financial Times su Monti e le sue (non solo) politiche

Il Financial Times: “Monti inadatto a guidare l’Italia” [traduzione]


Monti aveva sostenuto che la sua “salita” in campo serviva a togliere l’Italia dalle mani degli incapaci. Ma il Financial Times la pensa in modo diametralmente opposto. Secondo l’editorialista del Financial Times Wolfgang Munchau, il governo Monti è uno dei governi europei che ha sottovalutato il prevedibile impatto dell’austerità: se la crisi finanziaria sembra essersi affievolita, la crisi economica è in deciso peggioramento, l’economia italiana dopo un decennio di crescita quasi nulla indugia in una lunga e profonda recessione, con il credit crunch che peggiora, la disoccupazione che cresce, la produzione che cala, la fiducia delle imprese ai minimi.


In questa situazione, non diversamente dagli altri paesi periferici dell’eurozona, l’Italia si trova secondo Munchau davanti tre possibilità:

“La prima è quella di rimanere nell’euro e farsi carico da sola dell’intero aggiustamento. Con questo intendo sia l’aggiustamento economico, in termini di costi unitari del lavoro e inflazione, che l’aggiustamento fiscale. La seconda è quella di rimanere nella zona euro, a condizione di un aggiustamento condiviso tra paesi debitori e paesi creditori. La terza è quella di lasciare l’euro. I governi italiani uno dopo l’altro hanno praticato una quarta opzione – rimanere nell’euro, concentrarsi solo sul risanamento dei conti pubblici a breve termine e attendere.“

La quarta opzione, la storia economica lo dimostra, alla lunga non conduce ad altro che a ritrovarsi di nuovo alle scelte evitate in passato.

Per Munchau la scelta migliore sarebbe la seconda, ma Mario Monti non ha opposto resistenza ad Angela Merkel. Ci sta provando Mariano Rajoy, il primo ministro spagnolo, che ha richiesto un aggiustamento simmetrico – ma è tardi, la Germania sta già pianificando il suo bilancio di austerità per il 2014 e tutte le decisioni politiche sono già prese: la seconda opzione non c’è più, sta svanendo lentamente.



Ed ecco le previsioni del Financial Times sulle elezioni italiane:

“Dove andrà l’Italia con le elezioni del mese prossimo? Da primo ministro, Mr Monti ha promesso riforme e ha finito per aumentare le tasse. Il suo governo ha cercato di introdurre riforme strutturali modeste, di scarso significato macroeconomio. Partito come leader di un governo tecnico, si è poi mostrato essere un duro operatore politico. La sua narrazione è che ha salvato l’Italia dal baratro, o piuttosto da Silvio Berlusconi, il suo predecessore. Il calo dei rendimenti dei titoli ha giocato un ruolo in questa narrativa, ma la maggior parte degli italiani sa che deve questo a un altro Mario – Draghi, il presidente della Banca Centrale Europea.

A sinistra, Pier Luigi Bersani, segretario generale del Partito Democratico, ha sostenuto l’austerità, ma di recente ha cercato di prendere le distanze da tali politiche. E’ stato anche esitante sulle riforme strutturali. I temi principali della sua campagna elettorale sono una tassa sul patrimonio [recentemente abbandonata, ndr] , la lotta contro l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro e i diritti dei gay. Lui dice che vuole che l’Italia rimanga nella zona euro. Vi è una minima probabilità che abbia più successo nel battersi con la Merkel perché è in una posizione migliore per collaborare con François Hollande, il presidente francese e collega socialista.

A destra, l’alleanza tra Berlusconi e la Lega Nord è indietro nei sondaggi ma sta facendo progressi. Fino ad ora, l’ex primo ministro ha fatto una buona campagna. Ha consegnato un messaggio anti-austerità che ha fatto vibrare le corde di un elettorato disilluso. Continua anche a criticare la Germania per la sua riluttanza ad accettare un eurobond e consentire alla BCE di acquistare incondizionatamente obbligazioni italiane.

Si potrebbe interpretare questo atteggiamento come l’opzione due: insistere su un aggiustamento simmetrico o uscire. Tuttavia, conosciamo Berlusconi fin troppo bene. E’ stato primo ministro abbastanza tempo per aver avuto la possibilità di fare simili proposte in precedenza. Per diventare credibile, dovrebbe presentare una strategia chiara che tracci le scelte in dettaglio. Sinora tutto quel che abbiamo sono solo slogan televisivi.

A giudicare dagli ultimi sondaggi, il risultato più probabile delle elezioni è la paralisi, forse sotto forma di una coalizione di centro-sinistra Bersani-Monti, possibilmente con una maggioranza di centro-destra nel senato, dove si applicano regole di voto diverse. Questo renderebbe tutti, più o meno, responsabili. Nessuno avrebbe il potere di attuare una politica. Ma ognuno avrebbe il diritto di porre il veto.

Se così fosse, l’Italia continuerebbe a tirare avanti, fingendo di aver scelto di rimanere nell’euro senza creare le condizioni per rendere l’adesione sostenibile. Nel frattempo, mi aspetterei che emerga un consenso politico anti-europeo che o otterrà una piena maggioranza alle elezioni successive o provocherà una crisi politica, con alla fine lo stesso effetto.

Quanto al signor Monti, la mia migliore ipotesi è che la storia gli assegnerà un ruolo simile a quello di Heinrich Brüning, cancelliere tedesco nel 1930-1932. Anche lui era parte di un consenso prevalente nell’establishment che non vi fosse alternativa all’austerità.

L’Italia ha ancora qualche strada aperta. Ma deve prenderla.”

(enfasi redazionali)

Tratto con minimi adattamenti da: Voci dall’Estero di Carmen Gallus

Articolo di W.Munchau sul Financial Times: “Why Monti is not the right man to lead Italy“

keynesblog - i debiti pubblici

Gli elevati debiti pubblici hanno origini differenti. In paesi vittime delle bolle, essi sono cresciuti poiché gli Stati hanno acquistato i debiti privati nel momento in cui hanno salvato le banche. Secondo la Banca Mondiale, mediamente i salvataggi sono costati il 12,8% del PIL delle nazioni coinvolte.

In Italia, invece, l’origine del debito pubblico è in gran parte addebitabile al divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia agli inizi degli anni ’80, che ha comportato l’aumento dei tassi di interesse. Questa origine, come è evidente, non ha nulla a che vedere con le proposte di politica economica di Keynes e anzi è il risultato di teorie opposte, che vedono l’inflazione come un fenomeno di origine esclusivamente monetaria e quindi controllabile tenendo a freno l’offerta di moneta. Tali teorie, di origine monetarista, prescrivono pertanto l’indipendenza della banca centrale e sconsigliano la monetizzazione dei deficit pubblici. Lo statuto della BCE è l’espressione più radicale di questo assunto.


E’ utile ricordare, peraltro, che quando Keynes sosteneva la politica di deficit spending, il debito pubblico britannico sfiorava il 180% del PIL. A parte il Giappone, oggi nessun paese industrializzato arriva a questa cifra, neppure la Grecia.



Il Giappone ha un rapporto tra debito e pil oltre il 220%, tuttavia il tasso d’interesse sui titoli di Stato del Sol Levante è bassissimo, circa l’1%, in discesa dal 2006 (quando raggiungeva il 2%). I motivi sono principalmente due: 1) la Banca centrale giapponese, a differenza della BCE, compra titoli di stato; 2) il 95% del debito pubblico è detenuto da soggetti giapponesi. In altre parole il debito dello Stato è quasi solo debito con i cittadini, le imprese e le banche del paese, oppure con la Banca Centrale e altre organizzazioni governative, quindi in definitiva con se stesso. Questo non significa che il Giappone sia in buone condizioni, al contrario è in declino da molti anni, ma anche con un debito pubblico “stellare”, i suoi problemi di solvibilità sono giudicati dai mercati molto remoti. E’ degno di nota il fatto che, per risolvere il declino giapponese, il nuovo governo del premier conservatore Shinzo Abe ha recentemente deciso di perseguire politiche di spesa di stampo keynesiano e imposto alla Banca Centrale di perseguire politiche monetarie espansive, elevando il target d’inflazione.

In una situazione simile si trovano ora gli USA, con un debito crescente che ha superato ormai il 100% ma con tassi di interesse sui titoli ai minimi storici, anche grazie all’intervento della Banca centrale (la Federal Reserve).


Debito/PIL (blu) e tassi di interesse nominali sui titoli di stato a lunga scadenza (rosso) negli USA

Il debito pubblico dei PIIGS è invece un problema poiché questi paesi non controllano la propria moneta, ma sono in una Unione monetaria dove la Banca centrale subisce enormi freni normativi e politici alla monetizzazione dei debiti pubblici. L’accumulo di debito con l’estero, in particolare con la Germania, è denominato in una valuta non sotto il controllo degli Stati, perciò tecnicamente “estera”. La situazione è estremamente simile a quella dei paesi in via di sviluppo che, durante i decenni passati, si sono pesantemente indebitati in valuta estera.

Infine, la controprova: le politiche di rigore imposte ai paesi periferici europei non hanno ridotto il rapporto debito/PIL, poiché il PIL è tornato a scendere in conseguenza dei tagli alla spesa pubblica e dell’aumento delle tasse, come ha ammesso anche il Fondo Monetario Internazionale. L’Europa si ritrova oggi in una situazione peggiore che nel 2010, quando invece sembrava essere iniziata la ripresa.

Lo stesso si può dire della Gran Bretagna che si è autoimposta una politica fiscale fortemente restrittiva, facendo tornare l’economia in recessione (anche se ha adottato una politica monetaria espansiva).

In conclusione, torna quindi di attualità il monito di Keynes nel 1933:

“E’ un grossolano errore credere che le politiche per aumentare l’occupazione e quelle per portare il bilancio in equilibrio siano incompatibili. E’ vero piuttosto il contrario. Non c’è possibilità di equilibrare il bilancio eccetto che con l’aumentare il reddito nazionale, che corrisponde in gran parte ad un incremento di occupazione”

L’ideale sarebbe costruire un largo bilancio europeo, ben superiore all’attuale 1% del PIL, e un tesoro europeo che possa finanziarsi presso la banca centrale, come avviene in tutti gli stati federali. Questa soluzione tuttavia trova per ora insuperabili resistenze nella Germania e nei paesi del “centro”. Per questo, in mancanza di una soluzione che vada oltre l’intervento della BCE, i paesi periferici potrebbero valutare negativamente il rapporto costo/benefici dell’Euro, inducendo gli investitori a temere nuovamente l’instabilità dell’eurozona.

In conclusione, il problema del debito pubblico è marginale nella crisi europea. Al contrario, è proprio l’austerità, cioè la politica economica opposta a quella keynesiana, che sta aggravando la crisi e, potenzialmente, mette in dubbio la tenuta dell’area euro.

lunedì 14 gennaio 2013

Mare Nostrum - di tutti i popoli mediterranei

Immaginate questo scenario.
L'Italia esce dall'Euro.
La Banca d'Italia torna alle dipendenze del Ministero del Tesoro con obbligo di acquisto su tutti i titoli di stato in emissione.
Riconquistiamo cosi' la sovranita' monetaria.
La nostra economia riparte grazie alle esportazioni ed ai consumi interni dei prodotti italiani.
Investimenti pesanti e mirati nella ricerca, con obiettivo fusione nucleare operativa entro il 2025.
Non basta...
A questo punto convinciamo ad uscire anche Grecia, Spagna, Portogallo e con la nostra nuova moneta lanciamo un piano di investimenti a fondo perduto volto alla ricostruzione non solo dell'Italia, ma di tutta l'area Mediterranea (coloro che aderiranno).
E cosi' ripartono anche i nostri "vicini" che, almeno in una prima fase, diventano anche uno dei nostri principali mercati esteri.
Ogniuno con la propria moneta e la propria sovranita'.
Poi un bel piano di integrazione culturale basato su investimenti nell'educazione.
Quindi un'integrazione fiscale.
Solo dopo che si saranno create tutte le condizioni necessarie e sufficienti le monete mediterranee potranno essere unificate.
Un rilancio fondato sulla Democrazia, la Cultura, la Ricerca, di cui solo il nostro Paese, e solo adesso, prima che sia troppo tardi, puo' farsi promotore.

sabato 12 gennaio 2013

Mario Monti's exit is only way to save Italy

la vera situazione economica italiana, che i nostri media colpevoli non ci raccontano

http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/9735757/Mario-Montis-exit-is-only-way-to-save-Italy.html

giovedì 10 gennaio 2013

la scelta elettorale

destra, sinistra, centro.... NON FACCIAMOCI PIU' PRENDERE IN GIRO DA FALSE ETICHETTE!
l'unica scelta da fare e' tra
1. neo-liberismo, finanza, euro
2. riportare nel capitalismo la presenza dello Stato; sovranita' monetaria, MMT, etc..
>>>
LA MIA SCELTA SARA' IN OGNI CASO LA 2
http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-politiche-2013/grillo-se-casa-pound-vuole-entrare-nel-m5s-non-vedo-problemi-oggettivi/115884/114288

la truffa dell'euro

INCREDIBILE! MARTIN SCHULZ, ALLA DOMANDA SE LE CONSORTERIE BANCARIE NON CI TRUFFINO CON IL MECCANISMO DEL PRESTITO DEI SOLDI ALL'1% ALLE BANCHE, CHE CON QUEI SOLDI POI CI INDEBITANO AL 5/7%, RISPONDE CON UN CHIARO, SECCO E INEQUIVOCABILE: "SONO D'ACCORDO!".
MARTIN SHULZ NON E' UN COMPLOTTISTA QUALSIASI, MA IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTEO EUROPEO IN CARICA.
http://youtu.be/KqAARYQJ67s
QUI IO LO GRIDAVA Claudio Messora ALL' "ULTIMA PAROLA" su RaiDue: http://www.youtube.com/watch?v=T80AKH2moes

mercoledì 9 gennaio 2013

i sommergibili di Monti

importazioni = saldo estero negativo = aumento del debito
...Monti e coloro che lo appoggiano continuano a tradire il proprio Paese...
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/01/09/sommergibili-di-monti-a-presa-di-posizione-lanalisi-di-antonello-caporale/216244/

fiscal-compact, la nuova v2

Il fiscal-compact non e' altro che uno strumento di guerra economica volta a disgregare ed inglobare l'economia Italiana.
...e quest'anno sara' il turno della Francia...
http://keynesblog.com/2013/01/09/il-precipizio-economico-dellagenda-monti/#more-2934

riassunto della crisi - 1a puntata, la nuova Restaurazione

Avete presente la famosa Restaurazione, il Congresso di Vienna del 1815?
Quel processo politico che aveva cercato di schiacciare i meccanismi innescati dalla Rivoluzione Francese?
Ebbene negli anni '80 la "restaurazione" e' tornata e la storia, che tanto ci insegna, si e' ripetuta.
Con l'allentarsi del pericolo comunista rappresentato dall'Unione Sovietica, quel modello capitalista in cui i mercati finanziari erano imbrigliati dalla presenza di istituzioni Pubbliche forti, ha iniziato ad essere smantellato.
Era un modello, che, dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Crisi Finanziaria del 1929 (innescata dalla stessa/identica deregolamentazione che stiamo sperimentando sulla nostra pelle), aveva garantito all'Occidente 30 anni di prosperita' economica relativamente stabile ma, soprattutto, aveva garantito la distribuzione della ricchezza a fasce enormi della popolazione e si era caratterizzato dal raggiungimento di grandi conquiste nel campo dei diritti del lavoro.
Ebbene, con la fine "del pericolo rosso", questo stato di cose, tollerato dai detentori del potere economico, non aveva piu' senso di esistere.
E cosa, meglio di una crisi economica, generata dalla Guerra del Kippur e di conseguenza dall'innalzamento vertiginoso dei prezzi del petrolio, poteva convincere le masse?
L'allentamento dei vincoli alla finanza inizia qui, con la scusa o la credenza che solo essa poteva garantire una ripresa veloce dallo shock petrolifero... il Dio Mercato doveva tornare libero...
E' qui che partono le riforme di Reagan e della Tacher, ed e' sempre qui che in Italia, nel 1981 per mano di Andreatta, si consuma, senza nessuna opposizione del Parlamento e nel silenzio dei media, la separazione tra il Ministero del Tesoro e la Banca d'Italia, non piu' vincolata ad acquistare tutti i Titoli di Stato emessi, che invece vanno sul mercato = le grandi istituzioni finanziarie private.
E' tutta qui la causa dell'esplosione del nostro debito!!!
Fino al 1981 era contenuto intorno al 50% del PiL; dopo, per effetto dei tassi di interesse, non piu' decisi dallo Stato ma dal mercato, esplode.
Altro che sprechi e "vivere al di sopra delle nostre possibilita'"!
E da qui che lo Stato e' costretto ad introdurre manovre finanziarie che tagliano la spesa pubblica, riducono i nostri servizi, rallentano la crescita, con il conseguente incremento esponenziale del Debito/PiL.
Certo, si dira', l'inflazione frena...ma l'inflazione frena perche', a dispetto di teorie superate che la legano al denaro circolante, diminuisce la domanda di beni a causa della stagnazione della crescita e quindi a causa della disoccupazione!
A chi serve una frenata dell'inflazione?
Semplice, serve a chi detiene il capitale, ma soprattutto a chi detiene il Debito che dunque rimane costante e non viene svalutato.
Ma non ci fermiamo nel 1981... il disegno prosegue con la creazione dello SME e successivamente dell'Euro,che, oltre alla frenata dell'inflazione (=aumento della disoccupazione) ottiene anche l'obiettivo di fornire ai detentori del debito un cambio fisso, senza rischi di svalutazione della moneta dei paesi creditori.
E' cosi' che i paesi periferici (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda) diventano il "pascolo" per i capitali della Germania e dei paesi dell'ex area-marco.
Si presta loro denaro gonfiandone la crescita e dunque incrementando le esportazioni.
Attenzione, in questa fase, che e' quella che davvero generera' la crisi, successiva succedono due cose importanti.
I suddetti paesi periferici diventano dipendenti dalle esportazioni dell'area centrale e smantellano il proprio tessuto manifatturiero gia' povero.
Non incrementa tanto il debito pubblico, ma soprattutto quello privato, con bilance dei pagamenti che virano sul profondo rosso.
...si prepara il terreno per il disastro che oggi stiamo vivendo...
Alla prossima puntata...

NOTA - Questo "riassunto della crisi", spero il piu' attendibile possibile, si basa sulla lettura del libro di Alberto Bagnai "Il tramonto dell'Euro" >>> acquistatelo e capirete sicuramente meglio tanto di quello che e' accaduto e ci accade intorno.
Alla fine nel modo piu' semplice e piu' attendibile; senza grandi complotti e congiure, ma basandosi semplicemente sulla scienza economica e sulla legge della domanda e dell'offerta.



martedì 8 gennaio 2013

l'aleatorieta' del debito

Pensate a quante sofferenze INUTILI subiscano i popoli, quando invece soluzioni del genere semplicemente eliminano il problema...
http://www.linkiesta.it/blogs/congiuntura/debito-americano-krugman-monete-platino

distruzione privata

...l'istruzione privata...l'America insegna: grandi disuguaglianze, stop alla "scalata sociale" e tanti giovani senzatetto
http://crisis.blogosfere.it/2013/01/debito-bailout-per-il-crack-dei-prestiti-universitari-usa.html

le riforme di Monti e dei Piddini

Monti e le riforme sponzorizzate dall'Austerity SONO UN ATTACCO ALLA NAZIONE!
Significano svalutazione salariale e distruzione economica a vantaggio della finanza e dei nostri concorrenti
NOTA - naturalmente, anche se sta sposando una politica populista opposta, Il PDL rimane un GRUPPO DI PROSTITUTE, LADRI E CIARLATANI, metre la lega e' una MINACCIA ALL'INTEGRITA' NAZIONALE
http://crisis.blogosfere.it/2013/01/monti-candidato-ma-riforme-e-una-promessa-o-una-minaccia.html

SUDAMERICA vs FINANZA

questo articolo e' molto interessante!
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11313&mode=thread&order=0&thold=0

errori???!!!

...poverini!
gli economisti dell'austerity hanno sbagliato di 5(!!!!) volte il coefficiente che relaziona l'inasprimento fiscale al calo del PIL...
questo "errore"(?) sta rovinando e UCCIDENDO intere popolazioni in Europa
MONTI & C andrebbero GIUDICATI AL TRIBUNALE DELL'AIA PER CRIMINI CONTRO L'UMANITA'
http://keynesblog.com/2013/01/08/il-fondo-monetario-insiste-sullausterita-ci-siamo-sbagliati/

ma dove vanno le nostre tasse?

...il debito e' aumentato ma sono aumentate anche le entrate?!
...forse sono i soldi al MES = finanza = banche tedesche
http://m.repubblica.it/mobile/r/wrap/economia/2013/01/07/news/fisco_entrate_11_mesi_2012_a_378_miliardi-50073778/

rapporto sulla sostenibilita' fiscale - EU

NON ABBIAMO MAI RISCHIATO L'INSOLVENZA
i nostri soldi vanno alle banche della Germania e dei loro satelliti!
http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/european_economy/2012/fiscal-sustainability-report_en.htm

lunedì 7 gennaio 2013

un anno sul ciglio del burrone

La politica e l’economia sono inseparabili. I mercati da soli non possono essere né efficienti né stabili, ma la politica di deregolamentazione ha reso possibili eccessi senza precedenti, che hanno portato a bolle speculative e al precipitare della crisi che ha seguito il loro crollo.
http://keynesblog.com/2013/01/07/un-anno-sul-ciglio-del-burrone/#more-2918

mercoledì 2 gennaio 2013

batman & Europa

...guardate limmagine sotto e confrontate i costi di quanto ci viene imposto...

austerity

L'austerity non e' altro che un modo in cui gli istituti finanziari, pieni di titoli spazzatura frutto della bolla speculativa che hanno creato (i famosi subprime), rastrellano il denaro dai cittadini per ricapitalizzarsi e continuare a trarre profitto dalla speculazione.
Poiche' le piu' esposte erano le banche Tedesche, queste, vendendo i titoli di stato dei paesi periferici che avevano finanziato (Grecia), grazie all'Euro riescono a recuperare il denaro a danno di interi popoli che riducono alla fame.
Il tutto condito da una bella strategia macroeconomica che, grazie sempre allEuro, permette di sgretolare l'economia dei maggiori concorrenti manifatturieri (l'Italia).
Istituti finanziari, Merke, Monti, Bersani etc... sono tutti criminali, manovalanza di questo gioco al massacro.

martedì 1 gennaio 2013

Anti-messaggio di fine anno

Fuori da questa Europa!
Anti-messaggio di fine anno del Prof. Paolo Becchi.

http://youtu.be/ucme25Fx34c